Livorno, 23 agosto 2025 – Riceviamo e pubblichiamo integralmente la lettera dell’On. Francesco Berti, parlamentare nella scorsa legislatura, sulla proposta dell’ingegner Andrea Cecconi riguardo al progetto dei cosiddetti “Quattro Mori liberati”:
“4 mori liberati: un’opera bislacca e antistorica
L’ingegner Andrea Cecconi ha il merito di aver riaperto il dibattito sui Quattro Mori e, più in generale, sulla rappresentazione artistica dello spirito livornese nella storia. La proposta in discussione prevede, accanto al restauro della Fortezza Vecchia, un’installazione denominata I Quattro Mori liberati: non si toccherebbe il monumento originale Bandini–Tacca, ma si realizzerebbero quattro nuove statue in bronzo con gli stessi volti dei Mori, raffigurati liberi e rilassati come bagnanti lungo lo specchio d’acqua e nel parco. L’intento dichiarato è trasformare un antico simbolo di prigionia in un messaggio di accoglienza e convivenza, coerente con una visione identitaria marittima della città, che purtroppo rischia di essere pericolosamente parziale, antistorica e selettiva.
L’opera si inserisce nel più ampio tema degli scambi fra i popoli, storicamente fatti di traffici, alleanze e conflitti. Oggi il Mediterraneo porta con sé commercio e interdipendenze, ma anche flussi migratori di portata inedita, i cui effetti sociali e demografici meritano analisi serie, non scorciatoie simboliche. Compito dell’arte è anche creare simboli e sfidare tabù, purché nel rispetto della legge e del buon costume; tuttavia, questa proposta è da respingere per ragioni storiche e filosofico-giuridiche.
Sul piano storico, il monumento nacque in un Seicento complesso, quando Livorno era porto strategico e crocevia di poteri. Le figure incatenate sono parte di un linguaggio iconografico dell’epoca che – piaccia o no – celebrava l’autorità e rappresentava l’ordine in un Mediterraneo segnato da piraterie, catture e guerre: un ordine che ha contribuito al progresso civile ed economico. Quale valore aggiunto offrirebbero quattro Mori che leggono un libro o si tuffano come bagnanti alla comprensione di quel contesto? Il rischio è una rilettura attualistica, del volemose bene, che alimenta derive iconoclaste e ideologiche, proiettando sul passato categorie parziali e, peggio ancora, militanti.

Livorno soffre già di narrazioni selettive delle proprie radici. Le Leggi Livornine furono uno strumento innovativo di apertura commerciale e giuridica, volto ad attrarre energie produttive e rendere competitivo il porto; oggi talvolta vengono ridotte a un indistinto -tutti dentro-, distorto per scopi politici.

Allo stesso modo, “liberare” i Mori non restituisce la complessità dei rapporti mediterranei: gli scambi non furono solo pacifici e la memoria pubblica deve tenere insieme grandezza e ombre, senza censure ma anche senza aggiustamenti simbolici che presuppongano un “passato da giudicare”.

È opportuno ricordare – come fa lo stesso Cecconi – che la schiavitù fu praticata su tutte le sponde, includendo anche la riduzione in schiavitù di europei da parte di potenze musulmane; sul tema, si veda ad esempio Simon Webb, The Forgotten Slave Trade: The White European Slaves of Islam. Ridurre tutto a dei criminali da liberare è una visione minoritaria e fuorviante. Non ci sono segnali di iniziative dall’altra sponda del mediterraeo in questo senso.
Sul piano filosofico-giuridico, applicare retroattivamente categorie costituzionali contemporanee – come il principio rieducativo della pena dell’art. 27 – a fatti e simboli del Seicento è un anacronismo. La storia non è un processo penale e le statue non sono imputati da “rieducare” o liberare. Inoltre, in un contesto odierno di sensibile confronto culturale e giuridico, non si vede come una teatralizzazione del perdono (“quattrocento anni di pena sono abbastanza”) possa favorire una comprensione più matura del passato o una convivenza più solida nel presente.
In conclusione, bene il dibattito, ma la strada non è riscrivere i simboli, e sopratutto non è usarli per “mandare un messaggio”. I “Quattro mori liberati” rischiano di banalizzare la complessità, in un contesto dove la cultura woke distrugge simboli piena di storia e significato senza crearne di nuovi.
Francesco Berti”










