
Torre del Lago (LU), 3 novembre 2025 – L’ottocento italiano sta tornando prepotentemente alla ribalta con la sua arte, la cultura, la musica e soprattutto la pittura. La Belle Époque italiana esprime un trend stilistico e formale che dai macchiaioli ai post macchiaioli, passa attraverso il divisionismo, il surrealismo e la cronaca sociale. Un movimento al pari dell’impressionismo e della Belle Époque francese. Lo testimonia la splendida mostra di Palazzo Blu dedicata ai maestri italiani, il ritrovato Fattori di cui si festeggia il bicentenario, la valorizzazione di uno dei maestri più importanti della grafica pubblicitaria Leonetto Cappiello, anche lui livornese ma trapiantato a Parigi e moltissimo altro ancora, fino alla musica e al verismo musicale di Mascagni e Puccini. Tantissimi artisti e pittori che hanno preso spunto dalla macchia e dall’impressionismo per elaborare nuove scuole e nuove tecniche, uno stile che nonostante lo sviluppo concettuale e astratto dell’arte contemporanea, non può dirsi perduto, anzi. Allora via alla riscoperta dell’800 italiano, perché Fattori non è sicuramente inferiore a Monet, Manet e Cézanne, e come lui tanti altri, e cosa che rende ancora più fieri di questa riscoperta culturale e artistica, è il fatto che tra i più importanti maestri italiani di quest’epoca storica, ci sono moltissimi livornesi e moltissimi toscani, i quali recitano la parte più importante di questa scuola, o di questo “circolo”, o “cenacolo” se si vuole. Come veniva definito e si può ricordare sucuramente il gruppo di artisti che si ritrovava a Torre del Lago insieme al grandissimo compositore Puccini, ai fratelli pittori livornesi Angiolo e Lodovico Tommasi e ad altri due livornesi, Francesco Fanelli e Ferruccio Pagni e ancora Raffaele Gambogi e altri. Vicino alla villa degli armatori livornesi Orlando c’era il capanno chiamato “gambe di merlo”, una baracca in cui si ritrovano gli artisti, i quali vivevano talvolta con pochi mezzi economici ma molto spirito creativo, in stile “bohémiene” e il circolo culturale fu chiamato appunto “Club della Bohème”. Fermento culturale e avanguardia, un nuovo “mito” che fonde l’elemento naturale e paesaggistico con le fatiche umane dei contadini e dei lavoratori, delle lavandaie, aprendosi al divisionismo, alla critica e alla lettura sociale.


La lettura del critico e storico dell’arte Vittorio Sgarbi
Di questa riscoperta e del fermento intorno all’800 italiano ne parla sul quotidiano Il Giornale, il noto critico e storico dell’arte, famoso e discusso personaggio televisivo oltre che rappresentante politico e adesso sindaco di Arpi, capoluogo in provincia di Frosinone, Vittorio Sgarbi, il quale si occupa proprio del “Club della Bohème” di Torre del Lago. “Qui libertà creativa e vita quotidiana s’intrecciano senza soluzione di continuità” scrive, citando poi alcune opere, come “Lago di Massaciuccoli” di Ludovico Tommasi del 1846, Pagni, Torre del Lago del 1889; Fanelli con Padule di Massaciuccoli del1894-95 e Lavandaie sul lago del 1898, Gambogi con Caccia al volo sul Lago di Massaciuccoli del 1910 e Angiolo Tommasi con Lavandaia al Lago di Massaciuccoli del1900. Ma Sgarbi cita ancora altri livornesi, come il grafico e pittore Alfredo Müller, Galileo Chini anche lui toscano e tra i massimi esponenti mondiali dell’art déco e del Liberty, Luigi De’ Servi, Lina Rosso, Lorenzo Viani e il nostro Leonetto Cappiello, anche lui trapiantato a Parigi come Müller, dove diventerà un’icona del manifesto pubblicitario, superando in notorietà anche mostri sacri come il praghese Alphonse Mucha. Tutti artisti, quelli citati da Sgarbi, vicini nello “stile”, nella “pennellata” e nella “sensibilità” ai pittori della “Bohème” di Torre del Lago, che grazie alla presenza di Puccini, trovano “stimolo, direzione e un paesaggio condiviso e il lago diventa così un crocevia di pittori, scultori e letterati”. “Il confronto tra i dipinti – scrive ancora Sgarbi – restituisce unità tra il paesaggio e il sentire”. “L’equilibrio si incrina – chiude – paesaggio ed economie cambiano, erodendo quel margine di libertà che aveva fatto del lago un luogo appartato, distante dal frastuono della modernità. Il baricentro si sposta a Viareggio, divenuta nel frattempo una delle stazioni balneari più ambite d’Europa”.











