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Strage di Modena: perché abbiamo perso l’ennesima occasione di andare oltre la propaganda e interrogarci come società

di Agnese Pacciardi

Livorno, 24 maggio 2026 – Qualche giorno fa Salim El Koudri, 31 anni, modenese, si è schiantato a folle velocità con la sua auto travolgendo otto persone nel centro storico di Modena. Nei giorni seguenti, media e politica hanno prima gridato all’attentato terroristico, poi, smentiti anche dal ministro Piantedosi, hanno spostato il discorso sul disagio psichico e sulla “mancata integrazione”. Salvini, dal canto suo, ha colto l’occasione per riaprire il dibattito sulla cittadinanza, strizzando l’occhio alla retorica di Vannacci sui “tratti somatici italiani”: El Koudri, nato a Bergamo da genitori marocchini, sarebbe insomma un italiano di serie B, e questo spiegherebbe il gesto.

Nel frattempo, i telegiornali celebravano Luca Signorelli, il cittadino che ha cercato di bloccare l’aggressione. Quello che raramente veniva detto è che accanto a lui c’erano anche Osama e Mohammed Shalaby, residenti a Modena da anni ma ancora privi di cittadinanza, e alcuni negozianti pakistani rimasti anonimi per ragioni di privacy. Si rafforza così l’idea che la cittadinanza vada guadagnata, e che la violenza sia qualcosa di insito in una categoria, quella dell’ “immigrato”, qui inteso non come chi vive in un paese diverso da quello di cittadinanza, ma come categoria sociale, politica e morale che designa un’umanità implicitamente sospetta e inferiore.

Pochi giorni prima, a Taranto, Sako Bakari, cittadino maliano di 35 anni, lavoratore agricolo, veniva ucciso da un gruppo di ragazzi italiani tra i 15 e i 22 anni. Il titolare di un bar vicino aveva ignorato la sua richiesta di aiuto, lasciandolo morire in strada. Eppure nessuno ha aperto un dibattito sulla cultura italiana come possibile causa del gesto, né si è discusso se i ragazzi o il proprietario del bar fossero “italiani buoni o cattivi”, o se andasse revocata la cittadinanza. La notizia, peraltro, ha avuto pochissimo spazio mediatico, ed è stata ripresa solo in un secondo momento.

Accostare i casi di El Koudri e Bakari è utile non solo per evidenziare il doppio standard -la vita di un “immigrato” vale meno (quasi niente) quando è vittima, serve quando è aggressore- ma per mettere a fuoco una malattia più profonda: quella di una politica che riduce tutto a propaganda e a responsabilità individuali, invece di affrontare le cause strutturali. Così facendo, non si lavora davvero per evitare che tragedie simili si ripetano, anzi, si creano le condizioni perché accadano ancora, nella speranza che quando accadono, portino voti da una parte o dall’altra.

Oltre la propaganda: le radici del problema

Nessuna analisi può ridurre a cause semplici vicende così complesse, né pretendere di dare risposte definitive. Ma spostare lo sguardo dalla dimensione individuale -il “cattivo immigrato”, il “bravo immigrato”, i “ragazzi violenti”-  a quella strutturale, è forse il primo passo per aprire una discussione collettiva seria che può aiutarci a capire perché queste tragedie accadono, e a fare in modo che non si ripetano. Ed è proprio l’accostamento dei due casi a renderlo evidente: El Koudri e i ragazzi che hanno ucciso Bakari non hanno in comune la nazionalità, l’origine, o il colore della pelle. Hanno in comune il contesto strutturale, la società in cui sono cresciuti. La violenza non è un problema di chi sei o da dove vieni, ma dell’ambiente che ti forma. Proviamo allora a identificare alcuni dei fattori che, intrecciandosi tra loro, contribuiscono a creare il terreno in cui certa violenza può nascere.

Il sistema educativo e le disuguaglianze

Il primo, lampante in entrambe le vicende, è il fallimento del sistema educativo, inteso in senso ampio. In Italia, secondo dati Instat, l’abbandono scolastico precoce colpisce il 26% degli studenti con cittadinanza non italiana e il 22,8% di chi ha genitori con bassa scolarità, scendendo all’1% per chi ha almeno un genitore laureato. Non è un dato neutro: ci dice che il destino di un ragazzo è spesso già scritto dalla famiglia in cui nasce. Un terzo di chi nasce povero in Italia rimane povero, e la quota sale ulteriormente nelle famiglie con cittadinanza non italiana. La ricchezza non si trasmette più attraverso il merito o il lavoro individuale, ma dipende sempre più dalla situazione di partenza. L’ascensore sociale, in Italia, è fermo da un pezzo. Chi lascia presto la scuola finisce intrappolato nella cosiddetta “povertà educativa”, un circolo vizioso in cui la mancanza di istruzione riduce le opportunità di lavoro, che a loro volta aumentano il rischio di esclusione e marginalità nell’età adulta.

Ma spesso nemmeno lo studio basta più a garantirsi un futuro migliore. El Koudri, si è saputo, aveva una laurea in economia ma non riusciva a trovare un lavoro adeguato. Chiunque abbia un figlio, un fratello o un amico tra i 20 e i 30 anni in cerca di occupazione non troverà questa storia sorprendente: secondo Eurostat, la disoccupazione giovanile in Italia è tra le più alte d’Europa. I ragazzi che hanno ucciso Bakari, giovani tra i 15 e i 22 anni, crescevano in un contesto non dissimile. La violenza come unico linguaggio disponibile è dunque in parte anche il prodotto di un futuro che non si riesce più a immaginare. L’Italia è tra i paesi europei che meno investono in istruzione rispetto al PIL, con una tendenza al ribasso mantenuta costante attraverso governi di ogni colore politico. Il problema, insomma, non è di una sola stagione politica, ma strutturale.

La violenza come linguaggio di genere e il disagio psicologico

Il secondo fattore riguarda la violenza come linguaggio e la mancanza di strumenti per prevenirla. La violenza, da quella verbale a quella fisica, è ormai onnipresente nello spazio pubblico: nei talk show, in politica, sui social. È diventata un modello performativo, un modo per dimostrare forza e ottenere rispetto, soprattutto tra i giovani. Non è solo un’impressione. In Italia la violenza tra giovani è aumentata in modo allarmante solo nell’ultimo anno, le cronache si riempiono di episodi di accoltellamento per futili motivi, di ragazzi che pianificano o attuano aggressioni di gruppo, di ragazzi che uccidono ragazze per smania di gelosia e possesso.

Negli Stati Uniti, paese tristemente noto per le stragi compiute da giovanissimi, diversi studi mostrano che la maggior parte degli aggressori aveva vissuto un profondo disagio psicologico negli anni precedenti, e aveva cercato aiuto in varie forme, spesso senza riceverlo in modo adeguato. El Koudri si era rivolto a un centro di salute mentale negli anni precedenti alla strage. Eppure l’Italia investe meno di tutti i paesi del G7 in salute mentale, con tagli continui ai servizi territoriali che rendono quell’aiuto sempre più difficile da trovare e da ottenere.

C’è poi una dimensione di genere che vale la pena nominare. La grande maggioranza degli atti di violenza giovanile è inoltre commessa da uomini. Non perché la violenza sia insita nell’essere maschio, ma perché la nostra società continua a tollerare, e spesso a premiare, forme di socializzazione maschile basate sull’aggressività, sulla competizione, sulla dominanza. Quando un ragazzo impara presto che la fragilità va nascosta e la paura non si mostra, è più facile che trasformi il disagio in comportamento aggressivo piuttosto che in richiesta di aiuto. Educare a una mascolinità diversa è possibile, ad esempio attraverso l’educazione sessuo-affettiva a scuola, che le ricerche dimostrano essere efficace nel promuovere la prevenzione della violenza, non solo di genere. Ma anche qui l’Italia ha scelto un’altra strada, restando uno dei pochi paesi in Europa a non averla in modo strutturale e, anzi, ad osteggiarla attivamente, come dimostra il DDL Valditara.

Razzismo strutturale

Il terzo fattore è il razzismo strutturale, che attraversa trasversalmente entrambe le vicende. Non nel senso che la violenza sia insita in un’etnia o nel colore della pelle, ma nel senso che la marginalizzazione e la povertà, condizioni a cui gli immigrati sono spesso sistematicamente relegati, sono terreno fertile per il disagio. Studi scientifici mostrano che un cognome straniero, un fenotipo non bianco o elementi religiosi visibili come un hijab comportano discriminazioni concrete nella vita di tutti i giorni. Sembra che El Koudri stesso percepisse la propria origine come un ostacolo in più nella ricerca di lavoro. Questa non è solo un’impressione personale, è un dato confermato dalle evidenze empiriche, e che probabilmente ha contribuito ad acuire un disagio già profondo, alimentato dal sentirsi non pienamente italiano in un paese che, come abbiamo visto, continuava a trattarlo come tale.

Il razzismo strutturale non riguarda poi solo le radici del disagio, ma anche il modo in cui questi episodi vengono raccontati: la sovraesposizione mediatica di El Koudri da un lato, il silenzio quasi totale su Bakari dall’altro. Una disparità che non è casuale, e che dice molto su quali vite consideriamo degne di attenzione e di lutto. Ma ha anche conseguenze concrete: quando una persona cresce in un paese che non la riconosce pienamente come propria, né nei media, né nella politica, né nel mercato del lavoro, il senso di esclusione si sedimenta e può diventare il terreno in cui certi gesti estremi trovano le loro radici. Tutto questo, però, la politica preferisce non vederlo: affrontare il razzismo strutturale richiederebbe ben più coraggio che revocare una cittadinanza o distribuirla agli immigrati “eroi”. Da anni i governi italiani spendono risorse pubbliche nella cosiddetta “lotta all’immigrazione clandestina”, finanziando regimi autoritari e aziende che fanno affari con le frontiere, invece di ripensare la politica dei visti, aprire canali di ingresso sicuri e investire in politiche di integrazione che funzionino in entrambe le direzioni. Il problema alla radice di gesti come quello di El Koudri non è la migrazione in sé, ma la marginalità, l’esclusione e la disuguaglianza che si acuiscono nelle famiglie di origine straniera quando non si investe nell’accoglienza e nell’integrazione.

Il prezzo dell’indifferenza

Naturalmente, nessuno di questi fattori, da solo, spiega un gesto come quello di El Koudri o l’omicidio di Bakari, né vuole giustificarli. Ognuno di noi compie delle scelte, e la responsabilità individuale esiste: non tutti i disagi sfociano in una strage o in un brutale assassinio. Ma insieme questi fattori ci restituiscono un quadro non facile da accettare: un paese che non investe abbastanza nel costruire una società coesa, che lascia indietro i giovani, siano questi cittadini italiani o meno, che taglia la salute mentale e l’istruzione, che non offre un lavoro degno nemmeno dopo anni di studi, che non insegna a gestire le emozioni, che discrimina strutturalmente chi non viene dalla famiglia giusta. Il comune denominatore di queste vicende, e di molte altre che riempiono le cronache, non è il colore della pelle o l’origine dei protagonisti. È la società in cui tutti loro sono cresciuti.

Quella di Modena e quella di Taranto non sono crisi di ordine pubblico da risolvere con più finanziamenti alla polizia o più controlli alle frontiere. Sono il sintomo di una crisi sociale molto più profonda, che la politica continua a ignorare perché affrontarla è difficile, costosa e non porta voti facili. Revocare una cittadinanza o assegnare una medaglia è molto più semplice che investire sull’istruzione, sulla salute mentale, nel lavoro degno, sull’educazione emotiva, su politiche che contrastino davvero la marginalizzazione e la disuguaglianza. Eppure è solo da lì che si può cominciare, se vogliamo che i nostri ragazzi smettano di uccidere per disperazione o per noia.