
Livorno, 15 luglio 2026 – Fino a che punto le carenze istituzionali possono arrivare a creare un’oasi di impunità per persone che si rendono colpevoli di atti contrari all’ordine pubblico? Perché il centro cittadino e molte persone che vi gravitano, comprese alcune donne molestate, devono subire il comportamento di una sola persona, per di più in gravi difficoltà sociali e psichiche e bisognoso di aiuto, seppure il sistema e il contesto sociale e civile sia dotato di efficaci misure del terzo settore e delle forze dell’ordine? Il caso “Joseph”, immigrato africano che sta tenendo in ansia e “scacco’ il centro cittadino, con le sue tristi “bravate” in stato di ubriachezza da giorni, ha fatto emergere questa lacuna e tutta questa serie di domande. Il sistema deve essere in grado di porre rimedio alle indiscipline di un solo uomo e di prendersene cura per il suo reinserimento, ma non lo fa, anche se ovviamente può. Al di là dell’arresto da parte delle forze dell’ordine, soluzione che in altri paesi sarebbe già stata adottata, basti pensare agli Stati Uniti, paese in cui l’ubriachezza è un reato penale gravissimo e punibile anche se non si è al volante, poi c’è il trattamento sanitario obbligatorio, misura che per Joseph è stata scartata in questo preciso momento dagli stessi professionisti di psichiatria e la presa in carico da parte dei servizi sociali, poiché il cittadino africano è già noto e iscritto agli uffici, avendo già intrapreso e poi fallito alcuni percorsi di reintegro e disintossicazione al Serd e in alcune case famiglia. Ma anche in questo caso non si riesce a procedere, un po’ l’utente è reticente e tende alla fuga, un po’ i servizi non sono sufficienti, e su questo ci sarebbe veramente da discutere, e in ultimo il rimpatrio. Sì, perché fra tutte le cose c’è un’ultima, decisiva ipotesi: rimandarlo a casa, forse perché qui non possiamo aiutarlo o forse perché là, in Africa, lo aiutano meglio. Anche se siamo la città dell’accoglienza e da qualche anno anche “Porto Sicuro” per i migranti. Ma purtroppo è proprio così, c’è una causa col Tribunale in corso per il suo rimpatrio che però è in stallo, e quindi fino a che non arriva la sentenza lo Stato non può espellerlo. Quindi la colpa se non si riesce ad intervenire è dello Stato, ad affermarlo è l’assessore al sociale Andrea Raspanti sulle pagine de Il Tirreno di oggi. Sì, rimandarlo a casa, ci sarebbe da chiedersi perché allora molti altri extracomunitari che hanno “veri” precedenti penali a livello di spaccio milionario e internazionale di stupefacenti restino in Italia, ma meglio non entrare in politica, mentre un poveraccio in delirio da alcol debba essere rispedito in Africa, con chi sa quale destino. C’è da chiedersi davvero che fine farà laggiù, piuttosto che rimanere qui ed essere aiutato e nutrire una seppur piccola speranza di avere un giorno un piccolo monolocale col canarino sopra la finestra in via dell’Origine come diceva Toto Cutugno e come “un italiano vero”, un part time per campare al Conad o al Penny e magari anche un paio di scarpe nuove per arrivare alla vecchiaia. Invece no, poverino, c’è bisogno di una vita da fenomeno, seppure per pochi giorni, del record delle birre per sentirsi invulnerabile e impunito, un girone eroico tra i deliri di piazza Garibaldi e piazza della Repubblica, per mettere il record alle allucinazioni. E poi una pedata nel sedere e via, perché i servizi sociali non riescono, neanche sotto sforzo. È questo quello che fa agli immigrati la nostra Livorno cosmopolita dell’accoglienza. E la colpa è dello Stato, mica del Comune di Livorno, parola di Raspanti. Come dire, mica è colpa nostra, ma di tutto il Paese. Povero Joseph.











