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Come le donne devono affrontare un aborto farmacologico

L'intervento dell'assessora regionale Monia Monni

Firenze, 28 luglio 2026 – Una violenza psicologica inaudita e ingiustificata, una donna fu costretta a subire il trattamento farmacologico per l’aborto in una sala d’ospedale assieme ad altre donne partorienti e che già allattavano il loro bambino. “Senti qualcosa che si rompe – scriveva il compagno lo scorso febbraio a Il Tirreno – Esiste una violenza più profonda, sistemica, normalizzata: una violenza istituzionale che si consuma ogni giorno nel modo in cui le donne vengono trattate nel momento più fragili della loro vita. Una violenza che non lascia cicatrici visibili, ma che scava a fondo”. L’episodio, grave ma istituzionalizzato, avveniva all’ospedale Versilia di Viareggio, ma la stessa tipologia di errore non era nuova in altre strutture in Italia. Da oggi invece ci saranno stanze separate che divideranno le partorienti dalle donne che devono affrontare l’aborto farmacologico. A darne la notizia l’assessora regionale alla sanità Monia Monni.

Credo che cura significhi molto di più che occuparsi del corpo.

A febbraio Il Tirreno pubblicò la lettera del compagno di una ragazza ricoverata all’ospedale Versilia. Avevano appena perso il loro bambino e lei aveva trascorso quei giorni nella stessa stanza con donne che stavano partorendo. Non erano parole arrabbiate, erano parole dispiaciute. Questo le rendeva ancora più dolorose da leggere. Le telefonai e parlai con lei e con il suo compagno. Mi raccontarono quei giorni. Il lutto per la perdita del loro bambino, le voci gioiose nel corridoio, i pianti dei neonati, le visite di parenti e amici festosi. Tutto insieme. Il dolore della perdita nessuno lo può togliere. Gli spazi, però, si possono organizzare meglio. Le persone si possono accompagnare meglio. E una sofferenza così non può essere aggravata da qualcosa che dipende da noi. Ascoltai e promisi che ci avrei lavorato. In questi mesi lo abbiamo fatto. Da oggi tutti gli ospedali della Toscana avranno linee guida comuni per l’assistenza alle donne che affrontano una morte perinatale. Stanze separate e protette, supporto psicologico fin dal ricovero e anche dopo il rientro a casa, una terapia del dolore adeguata e la possibilità per il partner di restare accanto alla donna senza limiti di orario. Credo che cura significhi molto di più che occuparsi del corpo. Credo che significhi anche sorreggere le persone quando sono più fragili. Quella donna aveva bisogno di cure, ma aveva bisogno anche di cura. Su questo credo che il sistema sanitario pubblico possa crescere ancora.