Livorno, 19 giugno 2026 – Si è spento questa notte a 58 anni Igor Protti, circondato dall’affetto della sua amata famiglia e lasciando un messaggio di amore e gratitudine al mondo terreno. La malattia che lo aveva consumato, se l’è portato via nella notte fra giovedì e venerdì 19 giugno. L’ultima apparizione in pubblico al matrimonio della figlia Noemi, alcune settimane fa. Ma prima, prima di tutto questo, Igor ci ha fatto abbracciare, urlare, esultare, piangere. Anche oggi piangiamo, ma non sono le stesse lacrime del 28 aprile a Treviso, quando un suo gol ci regalò, di fatto, un ritorno in serie B sognato per 30 anni. Non sono le lacrime di quando ci riportò in serie A da capocannoniere in cadetteria, in quel 2003/04. Non sono le lacrime di quando il 22 maggio 2005 salutò la sua casa, il Picchi, gremito per lui. Oggi sono lacrime di una città che ha perso un Re; di un mondo, quello del calcio, che ha perso uno dei più grandi di sempre.
Perché Igor era questo, un bomber di razza, uno che ha saputo gonfiare reti in tutte le categorie vincendo il titolo di capocannoniere nelle tre serie maggiori del calcio italiano, ci sono riusciti solo in due.
Livorno, poi Messina e Bari, piazze che lo hanno amato alla follia, che lo amano alla follia. Nel 1999 torna a Livorno, qui rimane fino al ritiro, non prima di aver vinto la classifica marcatori in C1 e in B. Nel 2004/2005 gioca la sua ultima stagione, in serie A, iconica l’ultima partita contro la Juventus e il passaggio della fascia a Cristiano Lucarelli.
Livorno diventa casa, il posto dove sceglie di vivere (per la verità Cecina, poco più in basso) e di morire. Non basterebbe un libro per descrivere il bomber, non ne basterebbero due per descrivere l’uomo. Protti si è fatto amare per questo, per la sua infinita gentilezza e generosità, un Re (o uno Zar, come lo hanno soprannominato a Bari). Gli occhi lucidi quando a dicembre porta la fiamma olimpica. Gli occhi lucidi il 3 gennaio quando riceve in Comune la massima onorificenza cittadina. Perché lui, uno degli ultimi romantici di un calcio che non c’è più, ha sempre dato valore alle cose che contano.
La malattia, quella maledetta malattia che lui ha affrontato con grande voglia di vivere, dandoci una grande lezione di vita: anche quando si perde 3-0, non si deve smettere di combattere.
Per Livorno non è stato e non sarà mai solo calcio, è una storia d’amore. Igor ci aveva scelto, un onore di cui dovremo aver cura. Se ne va un Re, ma non se ne va il suo regno. Magari ci rivedremo, un giorno, nel frattempo al cielo si alza un boato che non passerà mai “Igor Protti capo degli ultras!”.











