Livorno, 27 luglio 2026 – Per anni in concessione al maestro Alberto Fremura, che lì teneva il suo studio, dipingeva e riceveva i suoi clienti, la Torre di Calafuria, oggi necessita di un intervento conservativo, ingabbiata negli scorsi anni dalle transenne per i lavori al ponte, infine abbandonata al suo destino. A volersene prendere cura formando un comitato sono gli ex colleghi di Fremura, Federico Maria Sardelli e Daniele Caluri, con l’aiuto della Fondazione Trossi Uberti. La Torre di Calafuria è una torre d’avvistamento del cinquecento, come molte altre presenti sul litorale livornese e toscano, come ad esempio la Torre Mozza vicino a Piombino o la Torre di Vada. Furono erette per difendersi dalle incursioni dei mori ed oggi rappresentano un’importante testimonianza storica oltre che un’attrazione turistica. La Torre di Calafuria fa parte del Sic di Calafuria, sito d’interesse comunitario e fa parte della riserva naturale del Parco delle Colline Livornesi. Dopo la morte del Maestro Fremura la torre è abbandonata. Il Pubblico Demanio ha emanato un bando pubblico per la concessione agevolata rimasto per ora senza proposte.
Daniele Caluri: “Chi ci sta?”
Qualche giorno fa Federico Maria Sardelli lamentava, sul suo profilo, lo stato d’abbandono della Torre di Calafuria, ricordandone il periodo in cui venne data in concessione al maestro Alberto Fremura. La torre è una delle poche superstiti di un sistema difensivo risalente al Cinquecento e voluto dai Medici per proteggere la costa toscana dalle incursioni dei pirati barbareschi (gli stessi poi raffigurati nel monumento-simbolo di Livorno: i Quattro Mori). L’edificio, prospiciente il mare e costruito in mattoni e pietra arenaria, continua ad essere esposto al salmastro e agli agenti atmosferici, che nei secoli hanno eroso parte dei conci con cui è costruita. Considerando l’alto valore storico e anche naturalistico, oltre al fatto che se crollasse sull’occipite dei bagnanti non sarebbe per loro il massimo della gradevolezza, entrambi concordavamo sul fatto che lamentarsi su un social a proposito di mancati interventi non solo non serve a nulla, ma alimenta un rumore di fondo di indignazione che amalgama un po’ tutto e rischia di sopire azioni più efficaci. L’indignazione è gratis, costa poco sforzo e addomestica la coscienza; l’azione invece è più faticosa, ma anche più incisiva. Certo, ci sono questioni ben più gravi e più importanti della Torre di Calafuria, ma ce ne sono sempre, e da qualche parte bisogna pur partire. E quindi ci siamo detti: contiamoci. A quanti – livornesi e non – stanno a cuore le sorti di questo monumento? Se riusciamo a formare una sorta di comitato civico possiamo fare leva su una richiesta corale d’intervento, in cui confluiscano cittadini comuni, associazioni, fondazioni o organismi sensibili al tema, come il FAI. E a quel punto chiedere all’Agenzia del Demanio un intervento di restauro definitivo, visto che rientra fra le proprie prerogative. Io, Daniele Caluri, e Federico Maria Sardelli (e tutti quelli che vorranno partecipare) ci facciamo promotori dell’iniziativa. Chi ci sta?












