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Soldi pubblici e musei, se ne parla anche sul Corriere

Dopo l'interrogazione di Alessandro Perini

Livorno, 5 maggio 2026 – Proprietà intellettuale, musei civici, patrimonio pubblico, sedi espositive e organizzatori esterni, fuori di Livorno, che ci guadagnano e i soldi sono dei livornesi. Il “bubbone” era già esploso subito, qualche anno fa, al via del nuovo “sprint” Salvetti, il fantomatico nuovo “brand” livornese, fatto di grandi mostre ed eventi, iniziato giusto con la “grande” mostra di Modigliani, quella costata ben due milioni di euro di soldi pubblici, finiti nelle tasche dell’Institut Restellini a Parigi, per una mostra di poco conto, solo una decina di Modigliani, circa un centinaio di dipinti di suoi “amici” di cui ai livornesi interessava davvero poco, mentre a Palazzo Blu a Pisa solo qualche anno prima a poco meno di 20 chilometri di distanza, di Modigliani ce ne erano circa cento, tutti a spese della Fondazione Pisa, semplicemente una banca, con il sindaco Michele Conti che a ogni conferenza stampa si sgola per fare sapere che lui non spende un euro per le esposizioni di Palazzo Blu, ovvero Modigliani, Picasso, Miro, Dalì, Chagall e molti altri ogni anno. Intanto a Livorno per dieci Modì e 80 “amis” non solo si spendono due milioni di euro, più ovviamente il prezzo del biglietto, ma bisogna anche spendere i soldi della multa della Guardia di Finanza per la ritenuta d’acconto senza la scontrino per il signor Restellini, cosa che ci costa oltre ai soldi nuovamente pubblici, anche la figuraccia e l’inizio della mitologia del nostro “taglia nastri”, favola già raccontata più volte, con l’avvocato di Restellini che grida imbufalito ai nostri microfoni, “il Comune di Livorno ha dovuto solo tagliare il nastro della mostra, abbiamo fatto tutto noi, dalle assicurazioni per le opere agli alberghi per i giornalisti”. Poco prima il signor Restellini, sempre ai nostri microfoni, prima di darci il numero del suo avvocato, grida anche lui “siete tutti mafiosi e lo devi scrivere”, cosa che non facciamo per semplice prudenza e competenza, ma rimettiamo alla politica, con una bella telefonata informativa alla ex consigliera di Buongiorno Livorno Valentina Barale, tanto ormai oggi fuori dai giochi, alla quale va il nostro saluto. Come si diceva omettiamo di pubblicare per puro spirito esistenzial(ista) le urla di Restellini e del suo avvocato, ma come per magia la nostra (?) intervista ai due parigini organizzatori della mostra esce l’indomani sulle pagine del Tirreno. Una magia senza spiegazioni, come tutti gli incantesimi, però il segreto è di Pulcinella, perché l’intervista è nostra e usciamo con un riassunto il giorno dopo, si sa mai, magari anche Il Tirreno aveva intervistato Restellini lo stesso giorno e abbiamo fatto solo un brutto sogno, e ci mancherebbe altro, come dicono i camerieri quando hanno la luna storta. Fatto sta che da lì in poi, al Museo della Città si organizzeranno altre “grandi” mostre, come quella di Banksy e di Leonardo da Vinci, mostre iper criticate e che non voleva nessuno, stavolta organizzate da un istituto di Torino, privato e finanziato di nuovo dalle casse comunali. Il patrimonio culturale pubblico nel frattempo resta quello che è, a parte le nuove sezioni di arte contemporanea e archeologica del museo di piazza del Luogo Pio, e Livorno si bea del suo nuovo brand culturale anche se a nessuno viene in mente di guardare a Pisa e nel resto d’Italia e nel mondo, dove a Palazzo Blu, Palazzo Strozzi a Firenze, al Palazzo dei Diamanti a Ferrara, al Chiostro del Bramante di Roma, al Castello di Otranto in Puglia e in mille altre sedi che non citiamo ovviamente tutte, le personali, siano di Modigliani, Picasso o De Chirico, le pagano le banche e le amministrazioni comunali offrono “solo” il patrocinio. A Livorno invece no, i soldi ce li mettiamo noi per darli a Parigi o a Torino, mentre il patrimonio pubblico muore, la Casa natale di Modigliani sopravvive a stento, il museo Fattori solo ora torna a splendere un po’ dopo anni di abbandono e il resto è un deserto. Le altre città non hanno solo le fondazioni bancarie e i palazzi privati, hanno piazza dei Miracoli e il Museo dell’Opera del Duomo, i Musei Vaticani, gli Uffizi, il Museo dell’Accademia con il David e le Prigioni di Michelangelo, il Museo San Matteo a Pisa con le navi del Porto Pisano che potrebbero essere anche nostre. Ma a Livorno si preferisce fare diversamente, dare ai privati i soldi pubblici per un paio di mesi di stampe di Bansky e di Da Vinci e di rimanere con la statua del Marinaio proveniente da un cimitero di periferia vicino alla Vela per fare gli aperitivi e la “promessa” che un giorno la statua di Bud Spencer tornerà, stessa zona, magari più verso la Baracchina Rossa per prendere un caffè. Questo “delizioso” modo di fare cultura ormai impera nella nostra città, anche se tutto il mondo va al contrario e non è che a Livorno non abbiamo niente da esporre, anzi, ce n’è di più che da altre parti, come ben sappiamo. Tanto è vero che, lo raccontiamo a questo punto perché esce dalla penna da sé, qualche anno fa il sottoscritto viene incaricato dalla famiglia Guastalla di organizzare una mostra su Chagall. Guastalla detiene circa un centinaio di Chagall, trattasi di illustrazioni della Bibbia, de Le Anime Morte di Gogol e de L’Enciclopedie di La Fontaine. Tutto già in casa dei livornesi, qualche prestito e uno studio sulle famose crocifissioni del grande pittore di Kiev fuggito prima da Stalin in Francia poi da Hitler negli Stati Uniti perché ebreo, un altro studio sulla tragedia della Shoah, e il mito dell’ “ebreo errante” che si ferma nella Livorno senza ghetto ebraico e cosmopolita nel “blu dipinto di blu” del suo mare, era perfetto. L’assessore alla cultura era al tempo Simone Lenzi, da parte nostra contattiamo Paolo Maria Noseda, spesso a Livorno, città che ama moltissimo, interprete ufficiale della nipote di Marc Chagall e interprete e ospite fisso della trasmissione televisiva di Fabio Fazio “Che Tempo che fa”, l’amministratore delegato di Mondo Mostre Simone Todorow, già impegnato con l’organizzazione delle esposizioni di Palazzo Blu, per organizzare la mostra e trovare i soldi, poi c’è da andare a Parigi a fare autenticare gli Chagall di Guastalla alla Fondazione Chagall e poi c’è da farla questa mostra, per Effetto Venezia o quando vuole l’amministrazione. Si deve nominare un curatore che chieda in prestito coi soldi di una banca le crocifissioni a Chicago e a Roma e poi la sede. Portiamo i nostri studi e le nostre cartelle con le proposte e la rete di contatti per l’organizzazione a Palazzo Comunale, ci riceve l’assessore Simone Lenzi e il dirigente degli uffici cultura del Comune, Giovanni Cerini. La proposta piace, anche Salvetti, fatto parte del progetto, sarebbe entusiasta. L’amministrazione si prende i suoi tempi per decidere, poi rifiuta, la motivazione è che “mancano i soldi”, con tanto di bollo istituzionale si carta intestata (foto).

Ma nessuno glieli ha chiesti, i soldi, al massimo siamo noi a doverli chiedere, come ufficio stampa per la mostra. Macché, niente Chagall. I soldi mancano ma non per tutto, come si vedrà in seguito. Nel frattempo i cento Chagall di Guastalla restano nei suoi magazzini, l’ultima volta che sono stati esposti a Livorno erano gli anni ’90, e chissà quanto ci resteranno. Come molti altri beni culturali preziosi e preziosissimi, unici, che questa città può vantare. E allora via con Da Vinci e Banksy e con il nuovo brand culturale livornese. Le “altre” cose. Lenzi viene silurato, idem Paolo Cova al museo della Città. Si fa il centenario di Fattori grazie alla “nuova” Rafanelli, ma con due poli espostivi di grande livello in potenzialità, come villa Mimbelli e piazza del Luogo Pio, si nomina un solo direttore artistico per la cultura a Livorno, il “vetusto” Vincenzo Farinella. Eventi e cultura a Livorno, Salvetti si vanta molto e il confronto con quello che c’era prima di lui lo premia, è ovvio. Ma la concorrenza e il confronto con quello che c’è fuori di Livorno è impietoso e la concorrenza è ovviamente impietosa. E la figuraccia sorride dietro l’angolo. Proprietà intellettuale delle esposizioni e soldi pubblici, si diceva, ed eccolo il “bubbone” un po’ perché se voglio vedere chi voglio in mostra coi miei soldi sono, devo, e posso essere libero di andare dove voglio, a Pisa, a Parigi o ad Amsterdam, un po’ perché, ancora con i soldi miei, a Livorno i beni culturali pubblici restano abbandonati comunque, le Terme del Corallo ci è voluto un secolo e siamo quasi all’inizio, le ville di Montenero in mano a dei “volontari” che le restaurano senza alcun titolo professionale e il cui presidente si è addirittura candidato sindaco alle passate elezioni, la Fortezza Nuova a chi sappiamo, quella Vecchia per fortuna rimane a noi, ed è una delle poche note positive, Marzocco chiuso, Torre di Calafuria chiusa, la Venezia che cade a pezzi, il Cimitero degli Inglesi chiuso, il Romito abbandonato ai soli residenti, niente turismo balneare, niente autostrada tirrenica, arcipelago per metà carcere e per metà riserva integrale. Anche qui, non vogliamo fare come a Ibiza ma magari qualcosa di più, mentre da Castiglioncello in giù sono milionari sì. Turismo non si sa come e cultura non si sa come, torniamo a bomba, al “bubbone” dei musei e dei soldi pubblici. Samo venuti a sapere che non siamo gli unici a dirlo, guardiamo cosa ha scritto Marco Gasperetti sul Corriere della Sera riguardo al Museo Mediceo a Villa Mimbelli e all’interrogazione del Consigliere di Fratelli d’Italia di Perini in merito.

“Il Museo Mediceo non è un museo”

A Livorno c’è un museo che non è un museo. È stato allestito, sulla base di un contratto di comodato d’uso, con opere di un privato ma con denaro pubblico (circa 172 mila euro) e attualmente è pubblicizzato dal Comune come «Museo Mediceo». Si trova nei Granai di Villa Mimbelli, già sede di un altro museo (stavolta autentico) dedicato a Giovanni Fattori. Sul sito istituzionale del Comune si legge ancora oggi che «il nuovo Museo Mediceo, al primo piano dei Granai di Villa Mimbelli è una ricchissima e cospicua collezione di quadri, disegni, incisioni, medaglie, monete, oggetti, documenti cartacei, tutti inerenti alla famiglia Medici e al suo profondo rapporto con la città di Livorno, nata proprio dalla volontà del casato fiorentino».
Al cancello d’ingresso di Villa Mimbelli sono stati installati grandi cartelli che indicano la collezione come «Museo Mediceo di Livorno» con tanto di logo del Comune, altri si trovano sulla facciata dell’edificio.
Il problema è che l’esposizione non può essere definita museo e, incredibilmente, l’ammissione della denominazione «farlocca» arriva dal Comune dopo più di un anno dall’apertura ma soltanto dopo un’interrogazione comunale firmata dal consigliere di Fdi, Alessandro Perini. Ma la conferma che istituzionalmente il Mediceo non è un museo sembra un po’ una doppia verità, perché se da una parte si spiega che a livello burocratico la collezione non è presentata come Museo, non si spiega perché il Comune ha realizzato cartellonistica e manifesti con tanto di logo municipale con la scritta cubitale (ma impropria) «Museo Mediceo».
Secondo l’interrogazione, l’iniziativa andrebbe a completo beneficio del proprietario delle opere, che nulla perde ma tutto guadagna in pubblicità e assenza di costi di gestione. Nell’interpellanza, si legge tra l’altro che per diventare museo, la collezione deve avere «precisi requisiti giuridici, organizzativi e scientifici (tra cui autonomia, missione formalizzata, governance e supervisione scientifica), che non sembrerebbero integralmente presenti nel caso in oggetto».
Inoltre dovrebbe essere riconosciuta l’esistenza di un soggetto stabile, con natura giuridica e responsabilità istituzionale, elementi che nel caso in esame non risulterebbero configurati, trattandosi di un mero comodato di beni privati presso un ente pubblico. Dunque, «l’iniziativa appare configurarsi, nei fatti, come esposizione di beni di proprietà privata all’interno di spazi pubblici, senza la costituzione di un soggetto museale autonomo né l’adozione di strumenti tipici delle istituzioni museali».
Secondo Perini, infine, «emergerebbe che il Comune sostiene, con risorse pubbliche, costi rilevanti relativi alla gestione, custodia, manutenzione, comunicazione e valorizzazione dell’allestimento; nonché ulteriori oneri indiretti quali pulizie, sorveglianza, supporto organizzativo e interventi conservativi sulle opere». E questi interventi pubblici «determinano una valorizzazione culturale, reputazionale ed economica di beni che restano integralmente di proprietà privata, con il risultato che il Comune sostiene i costi dell’operazione mentre il soggetto privato beneficia dell’accrescimento di visibilità, prestigio e valore delle opere».
Infine, sempre secondo l’interpellanza, «risulta particolarmente rilevante il profilo delle garanzie scientifiche, atteso che il comitato scientifico sarebbe stato costituito solo successivamente all’apertura dell’allestimento, e comunque, secondo quanto emergerebbe, non pienamente autonomo, risultando la sua composizione e operatività condizionate dal soggetto proprietario dei beni».
Dunque, il Museo Mediceo è un museo come presentato e pubblicizzato dal Comune sul sito e sui cartelloni all’entrata di Villa Mimbelli o è soltanto un’esposizione privata?
A sorpresa il municipio conferma che no, non è un museo. E che la collezione non è individuata come tale «in nessun atto che la riguarda: né nella delibera di accettazione del comodato, né in quella di organizzazione dell’esposizione. In entrambe, infatti, si parla di «collezione di opere d’arte» e di «nuovo spazio espositivo». Nella nota si legge inoltre che «nello stesso Regolamento dei Musei Civici, di recente approvazione, sono menzionati esclusivamente il Museo Fattori e il Museo della Città». Si sottolinea inoltre che «la validità scientifica della collezione e della esposizione è stata dichiarata dal curatore del progetto espositivo e dell’allestimento, il prof. Pierluigi Carofano» e che lo stesso progetto espositivo è stato oggetto di attenta analisi da parte del comitato scientifico e in particolar modo da parte del prof. Franco Angiolini e dalla prof.ssa Gabriella Garzella, storici esperti del periodo mediceo e del cavalierato di santo». Infine si conferma che la spesa per il trasporto e l’allestimento della collezione è stata pari a € 170.787, 80 iva compresa. La spesa per l’assicurazione è pari a € 611,25/anno, mentre nessuna spesa è stata sostenuta per la sorveglianza in orario di apertura «perché garantita dal personale già in forza al Museo Fattori». Si specifica inoltre che la collezione medicea è molto richiesta «dalle scuole, soprattutto materne ed elementari». (Marco Gasperetti Il Corriere della Sera)